I miei racconti

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  • Mezza di Centobuchi - 21 Febbraio 2010 (22/02/2010, ore 12:54)

Per diverse ragioni, ultimamente mi sono allenato pochissimo, circa un'uscita a settimana:
"Ero... rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C'era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C'è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!" (John Belushi).
Così avrei voluto saltare la mezza di Centobuchi, ma spinti dalla banda (e dal programma che prevedeva una mangiata di pesce in un ristorante del lungomare), Annette ed io abbiamo deciso di utilizzare la gara come lungo: il percorso era di 2 giri da 10.5Km, se buttava male mi sarei fermato a metà.
Dopo lo sparo perdo di vista Annette, che sparisce tra la folla davanti. Affianco due compagni di squadra e, chiacchierando, iniziamo la corsa con ritmi buoni ma non eccessivi. Il cardio a 165 mi conferma che non sto tirando il collo, bene così.
Al 7° riprendiamo Annette. Ha la mente ed il cuore altrove, ad una tragedia che ha colpito una famiglia di amici carissimi. La affianco e corro con lei per mezzo chilometro, senza parlare. Il silenzio ha un valore.
Sento che non sta spingendo come potrebbe e decido di mettermi davanti per tirarla, di solito funziona. Solo all'arrivo saprò che non si era accorta di me. Ma non mi stupisco: questa è Annette, questo è quello che la corsa rappresenta per lei: un momento per essere fino in fondo davvero sola con se stessa, anche se in mezzo a mille persone.
Raggiungo i due compagni di prima che, nel frattempo avevano preso qualche metro. La media si abbassa, viaggiamo poco sopra i 5’ al km. Meglio del previsto. Per una di noi è la prima mezza.
Completiamo il primo dei due giri. Vedo i tanti che svoltano verso il traguardo dei 10Km, la tentazione è forte. Probabilmente, se fossi stato solo avrei ceduto. Ma gli altri proseguono senza tentennamenti, vado avanti.
Arriva il 15°, la mancanza di lunghi si fa sentire. Ci raggiunge un podista che conosciamo di vista e che si offre di tirarci fino all’arrivo. No grazie, va bene così. Il terzetto stenta a stare insieme, un punto di ristoro è una buona scusa per staccarsi, ognuno per la sua strada fino alla fine.
Sono sorpreso, le gambe girano meglio del previsto. Poi, a sorpresa, il ginocchio destro inizia a farsi sentire. Bastano poche centinaia di metri ed il dolore diventa forte. Sono al 18°. Manca poco, ma fa male. Cammino per 2 minuti, poi riprendo trotterellando, passi brevi e veloci, forse la metà della mia falcata normale. Ma va meglio, il dolore diminuisce e riesco a finire.
TDS dice 1:55:56, ma per motivi che ignoro non hanno messo il sensore alla partenza, quindi manca il real time. Il Garmin dice 1:54:52, coerente con la mia posizione di partenza nelle retrovie. Non è il mio pb, ma non era questo l’obiettivo.


  • Invernalissima 2009 (21/12/2009, ore 10:59)

Appuntamento con la squadra alle 6.30. Dopo una notte difficile, si parte.
Ad un certo punto, sul passo che dalle Marche porta in Toscana, in un cielo tersissimo ghiacciato da temperature polari artiche e antartiche, abbiamo visto il sole.
La temperatura veleggiava sui meno 12 e abbiamo pensato “ok può solo migliorare”.
Il viaggio è stato piacevole, nonostante l’alzataccia e le temperature proibitive c’eravamo tutti. Ho saputo dopo di alcune squadre che hanno rinunciato, varie decine di persone sono rimaste sotto le coperte e molti gruppi decimati!
In macchina chiacchiere, i soliti discorsi di chi corre, gare fatte, quelle ancora da preparare, ginocchia malandate, scarpe, infortuni.
A Bastia Umbra, un sacco di gente come noi, a chiedersi quali pantaloni mettere, cosa indossare, come proteggersi da quel gelo pungente e implacabile.
Ci riscaldavamo correndo piano intorno al parcheggio ma con scarsi risultati, come dimostravano le guance paonazze e le poche cosce scoperte ed arrossate. Creme contro il freddo sulle gambe.
Il clima però era allegro e positivo, molti scherzi e battute tra di noi. Ci piaceva essere lì con quel gelo a dimostrare che niente può fermare qualcosa di bello.
La corsa è stata piacevole, pianeggiante salvo che per un falso piano attorno al 13/14 chilometro di cui mi sono accorto più che altro perchè rallentavo senza capirne il motivo.
Podisti più esperti di me sfrecciavano ai lati, ma ho trovato un gruppetto che faveva più o meno il mio passo con cui ho corso in quel momento difficile per me.
Verso la fine vengo raggiunto dal mio presidente. Scambio di battute, mentre corriamo verso Santa Maria degli Angeli:
"Bella, eh?"
"Eh, proprio una basilica incantevole!"
"Ma che basilica, la vigilessa!"
Mi rendo conto che ne ha più di me e gli faccio cenno di andare: poco più avanti c'è mia moglie, può raggiungerla tirarla per le ultime centinaia di metri.
È fatta, l'arrivo è in discesa, si molla tutto, il cuore va al massimo.
L'obiettivo su cui ho "tarato" la tabella di allenamento per la mezza era 1:50. Fino a mezza gara ero riuscito a stare sotto, ma sento di aver rallentato dopo il 15° e per evitare cali psicologici non ho più controllato il "partner virtuale".
Guardo il Garmin: 1:48:30.
Abbraccio Anna quasi con le lacrime agli occhi per la gioia di avercela fatta.
Grandi risultati per tutto il nostro gruppo: di dodici che eravamo sette hanno realizzato il loro pb, segno del fatto che il freddo (contrariamente al caldo) aiuta a correre meglio e che l’Invernalissima è una buona gara per fare il tempo.
Pranzo con la tipica umbra "torta al testo" per tutti. Ritorno cotti e contenti.


  • Oggi (30/10/2009, ore 20:49)

Ieri ho fatto la mia prima vera corsa da quando mi hanno tolto il gesso.
La corsa per me ha sempre rappresentato qualcosa di speciale, di necessario quasi.
Un momento in cui essere finalmente sola con i miei pensieri e libera dalle mille incombenze che la giornata mi propone.
Un attimo di libertà che ho sempre preferito vivere in solitudine. Non mi piace correre con gli altri perché mi distraggono da me. Preferisco restare concentrata su di me.
L’unica eccezione a questa visione solitaria è naturalmente rappresentata dall’uomo che con la sua presenza mi accompagna nella vita.
Quando lui ha iniziato a correre con me o meglio dietro di me noi scherzavamo perchè dicevamo che mi correva dietro. Io a volte lo aspettavo a volte andavo oltre a inseguire le mie lepri mentali.
Lui tutto calcolo e raziocinio, io tutta istinto e impulso. Musica a manetta.
Da quando mi sono fatta male mi è successo di tutto e la maggior parte delle cose sono stata brutte, il dolore, l’operazione, l’ospedale, i dubbi su quello che sarà, che potrà essere di nuovo il mio corpo.
Io che per il mio corpo ho avuto sempre un’attenzione, una cura continua, ora arranco, non sono più integra, non sono più performante. Sono fragile.
Adesso è lui a spronarmi, mi dice di ricominciare ad allenarmi, cerca gare possibili, fa progetti mentre io sento che la mia volontà è opaca, non lucida nè brillante.
Sono totalmente dentro il delirio della fisioterapia e a quella fatica lì non posso proprio sottrarmi.
L’infortunio mi ha cambiato non solo nel corpo anche nella mente. Devo ricominciare a correre come un bimbo piccolo comincia a camminare. A volte mi dico -non so se riuscirò a ricominciare. Mi dico -ma che hai in testa sempre soffrire sempre lottare sempre di corsa.
Ma so che non potrei mai smettere di correre, sarebbe come rinunciare a me, a una parte viva di me, a una parte segreta e misteriosa ma reale realissima.
Così ieri sono partita ho annusato le foglie a migliaia di tutti i colori per terra per aria sugli alberi, ho guardato le nebbie leggere che scivolavano dalle colline, ho scrutato l’asfalto per ritrovare le solite crepe, ho contato i passi quando mi sembrava di non riuscire, ho guardato la mia ombra storta e asimmetrica con il sole alle spalle e mi sono detta ok se sono ancora qui ci saranno ancora tanti passi davanti, è la vita, non mollare. Mi sono sentita come sempre quando corro, forte potente speciale. Il contrario di come mi sento in questo periodo di difficoltà.
Ho corso piano, una bella mattina di autunno come altre mattine già state, però era tutto nuovo, nella strada dolce e in leggera salita che avremo fatto decine (centinaia, non saprei, lui sì che lo sa, segna tutto).
Lui questa volta mi è stato sempre davanti, i suoi iper-polpacci e la sua maglia rossa riferimento puntuale. Ogni tanto veniva ad acchiapparmi. Senza parlare, uno sguardo è sufficiente per capire tutto tra noi.
Non mi sono mai fermata, ce l’ho fatta. Ci ho messo un bel po’ di più ma i battiti sono stati sotto controllo e insomma ce l’ho fatta, non lo sapevo prima che sarebbe stato così, e così è stato.
Ce l’ho fatta e oggi sento il mio corpo che dice grazie, e anche il mio cuore.
Ce l’ho fatta e so che ci sarà anche un domani.
Non so come sarò io, ma so che continuerò a correre, non posso fermarmi. Non ancora.

Anna